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«La Russia è il mio Paese e devo sostenerlo»

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Michail Piotrovskij, direttore dell’Ermitage, allineato con Putin: «Siamo tutti militaristi e imperialisti»

San Pietroburgo (Russia). Lo scorso marzo lo storico dell’arte britannico Norman Rosenthal aveva pubblicato una lettera aperta su «Il Giornale dell’Arte» destinata a Michail Piotrovskij, direttore del Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, in cui lo pregava di «dimettersi in segno di protesta contro la guerra crudele e illegale che il presidente Putin (e non il popolo russo) sta conducendo in Ucraina» (cfr. n. 427, apr. ’22, p. 21). La risposta è, in pratica, di tutt’altro tenore. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina lo scorso 24 febbraio, Piotrovskij ha sottolineato l’importanza dei «ponti» culturali e si è assicurato che i principali prestiti internazionali fossero restituiti alla Russia per evitarne la confisca. Si è espresso contro la cancellazione della cultura russa nel mondo, ma ha evitato riferimenti diretti alla guerra, anche quando i musei partner e i sostenitori internazionali hanno interrotto rapporti. Quattro mesi dopo, Piotrovskij, che da tempo gode dei favori del presidente Vladimir Putin, ha iniziato a parlare della guerra. In un’intervista pubblicata il 23 giugno sulla «Rossijskaja Gazeta», organo di stampa ufficiale del Governo russo, ha utilizzato la definizione ufficiale dell’invasione, «operazione militare speciale». Piotrovskij ha parlato dell’importanza di esportare la cultura russa, un po’ come la guerra in Ucraina: «Le nostre recenti mostre all’estero sono una forte offensiva culturale. Una sorta di “operazione speciale”, che a molti non piace. Ma stiamo arrivando. E a nessuno può essere concesso di interferire con la nostra offensiva». Facendo il paragone con le guerre del passato, il direttore ha poi spiegato perché i russi devono sostenere l’attuale guerra in Ucraina: «Proprio ora il nostro Paese sta attuando una transizione verso un’epoca diversa. Ci siamo ritirati e ritirati, ora non ci ritiriamo più. C’è stata una svolta. Ed è chiaro che è quella finale. Tutto è iniziato nel 2014 in Crimea». Piotrovskij esprime questa trasformazione in termini epocali, con il suo museo che resterebbe un’isola di stabilità: «Il nostro Paese sta portando avanti importanti trasformazioni globali. E noi naturalmente ne siamo parte. La nostra posizione è quella del normale e tranquillo lavoro quotidiano». Piotrovskij si è dichiarato d’accordo con i dubbi espressi dal giornalista della «Rossijskaja Gazeta» sulla posizione pacifista. «Siamo tutti militaristi e imperialisti, ha replicato ridendo. Prima di tutto è il mio Paese e io devo sostenerlo. Qualche volta mi ripeto la formula sciovinista: è il mio Paese, qualunque esso sia. Ci sono situazioni in cui è assolutamente chiaro che un individuo deve stare con il suo Paese. E in Occidente capiscono che è reale il fatto che noi siamo con la Russia. Quando c’è sul piatto una questione importante, non ci sono altre opzioni». Piotrovskij ha affermato di capire oggi il fervore patriottico che nel 1914 accolse la prima guerra mondiale e il ruolo della cultura, e prosegue tracciando paralleli con i ritratti della guerra russo-turca del 1828-29 ad opera dal poeta Aleksandr Puškin: «Ho sempre detto che il patriottismo in Russia è il senso della propria dignità storica; il desiderio di essere all’altezza della storia e della missione del proprio Paese. Suona come qualcosa di grandioso, ma noi capiamo la missione storica del nostro Paese. E la sensazione che stia cambiando la storia mondiale, e che noi siamo coinvolti in questa trasformazione, è un elemento chiave». Il direttore ha anche parlato di alcune difficoltà specifiche nei rapporti tra la Russia e l’Ermitage e il resto del mondo: «Ho la sensazione che l’Unione Sovietica, con i suoi diktat ideologici, si sia ora diffusa in Occidente. Non mi sarei mai aspettato di leggere in giornali liberali occidentali: “L’Ermitage è un museo imperialista, che predica un’ideologia imperialista, tenetelo lontano! Non permettete in nessun caso all’Ermitage di aprire a Barcellona”». I tentativi d’inaugurare una sede del museo nella città spagnola avevano incontrato resistenza ben prima dell’invasione. Piotrovskij fa risalire il desiderio dell’Occidente di cancellare la cultura russa alla «cultura della colpa e del pentimento per la colpa» del movimento Black Lives Matter. «È abbastanza ridicolo. Quanto ci si può pentire per quel terribile colonialismo a proposito del quale le cose non sono per niente chiare? O per l’orribile tratta degli schiavi, che dopo tutto non è iniziata in Europa ma in Africa? E pare che loro stessi stessero iniziando a capire che era un vicolo cieco quando, improvvisamente, è arrivata la Russia. E allora, per favore, “cancelliamo” la Russia… Anche se la gioia con la quale si sono affrettati a condannarci, farci a pezzi e ad espellerci, è un segno che la nostra cultura è forte». Piotrovskij ha poi criticato il gruppo Bizot (da Irène Bizot, direttrice della Réunion des musées nationaux, nel 1992 alle origini dell’associazione che oggi riunisce i direttori dei principali musei d’arte mondiali, dal Louvre al Prado, dal Metropolitan al British Museum, Ndr), che ha sospeso la membership sua e di altri direttori di musei russi, definendolo un gesto ridicolo dal momento che era uno dei membri fondatori e che lo scopo del gruppo era quello di incoraggiare lo scambio culturale, scevro da influenze politiche. Secondo Piotrovskij la cultura russa è più europea di quella di altri Paesi europei come, ad esempio, la Norvegia, e ha definito le mostre blockbuster nel suo Paese come un’«offensiva culturale» e persino «una sorta di operazione speciale».

Per quanto riguarda la garanzia di un ritorno in patria della collezione Morozov dalla Francia, ha dichiarato che la Fondation Louis Vuitton di Parigi (dove le opere sono state esposte fino allo scorso 3 aprile, Ndr) si è rivelata «un partner decisamente migliore delle istituzioni di Stato». Ha detto di essere stato «pugnalato alle spalle» da ex partner internazionali come «gli Amici dell’Ermitage» che «hanno improvvisamente interrotto i rapporti» e ha apprezzato l’Hermitage Museum Foundation Israel per la sua lealtà: «Ora comprendiamo tutto. Ci sono persone che rompono le relazioni ma ne soffrono e piangono. E poi ci sono quelli che approfittano allegramente dell’opportunità. Apparentemente erano amici solo per questioni politiche. Ora abbiamo una “lista nera” di giornalisti e politici. Ed è molto importante». Lo stesso giorno in cui veniva pubblicata l’intervista a Piotrovskij, l’Ermitage annunciava sul suo sito internet «la moratoria di un anno sulle mostre in Europa e negli Stati Uniti».

`CAT | Versió extreta de l’edició original italiana del Giornale
dell’Arte

Sophia Kishkovsky
Il Giornale dell'Arte
Il Giornale dell'Arte è un periodico mensile dedicato al mondo dell'arte pubblicato dalla società editrice torinese Umberto Allemandi S.r.l..
Il primo numero è stato pubblicato nel maggio del 1983, sotto la direzione del fondatore Umberto Allemandi, con l'intento di proporre un prodotto editoriale innovativo nel campo dell'arte.

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