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Estero vietato: boom del patrimonio cinese interno

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La pandemia (e la volontà politica) hanno stimolato l’aumento della domanda interna di viaggi culturali in Cina.
Ora preoccupa la conservazione dei siti

Shanghai (Cina). Secondo i dati raccolti dall’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite, i turisti cinesi avevano speso 254,6 miliardi di dollari viaggiando all’estero nel 2019, l’anno prima che la pandemia di Covid-19 sconvolgesse il turismo globale. Con le restrizioni alle frontiere cinesi che probabilmente si estenderanno fino al 2022, quei turisti non hanno avuto altra scelta che spostare il loro interesse verso le attrazioni domestiche e l’industria dei tour culturali in forte espansione del Paese è pronta ad accoglierli con i loro soldi.

«Così tanti volti nuovi sono emersi nei nostri gruppi dallo scorso luglio», afferma Bai Yu, il fondatore della compagnia di viaggi Lishi Jiangtan (Viaggio nella storia), il cui entusiasmo per il patrimonio storico lo ha portato a lasciare il settore tecnologico per il turismo culturale nel 2015, offrendo viaggi su misura a piccoli gruppi da dieci a 20 persone. «Ci sono oltre 9 milioni di viaggiatori internazionali regolari in Cina, e molti di loro cercano con impazienza prodotti turistici approfonditi e tematici con un prezzo elevato come alternative». La maggior parte dei clienti di Bai ha più di 35 anni, è istruita e possiede ampie disponibilità economiche, e molti di loro si iscrivono come singoli piuttosto che viaggiare con la famiglia. Circa il 90% è composto da donne, afferma Bai. Questi nuovi ricchi ​​stanno spingendo per la qualità e spendono di conseguenza. Quest’anno, i clienti di Bai hanno speso in media tra 155 e 185 dollari al giorno (il triplo del 2015) portando l’azienda a raddoppiare il personale del suo team.

Anche prima che la pandemia lasciasse a terra i viaggiatori dei voli internazionali, l’interesse per i tesori culturali e i siti del patrimonio della Cina era aumentato dal 2014, quando il presidente Xi Jinping ha introdotto la «fiducia nella nostra cultura» come dottrina politica nazionale. Le autorità turistiche e culturali dello Stato sono state fuse nel 2018 per formare il Ministero della Cultura e del Turismo. «Ti perderai un oceano blu se sei riluttante a seguire le linee guida [del presidente], specialmente quando la propaganda di stato sta promuovendo l’intero settore», afferma Yang Jie, che ha fondato la sua compagnia Jinxingji nel 2017 dopo una carriera di 15 anni come manager da McDonald’s. Nel 2020 il gruppo di Yang ha organizzato tour culturali per oltre 5mila persone. Il percorso più popolare è una visita nel fine settimana ai templi buddhisti della dinastia Tang nella contea di Wutai, nello Shanxi, a circa 250 chilometri a sud-ovest di Pechino. A differenza delle attrazioni naturali, dice Yang, «le attrazioni culturali hanno bisogno di essere narrate per venire apprezzate appieno». Qui entrano in gioco le agenzie.

Poiché il Covid-19 ha costretto alla cancellazione di molte esperienze sul campo, le agenzie hanno sostenuto le loro attività proponendo corsi online. Nie Mengqiao, partner di Yilü (Viaggi d’arte), sottolinea che metà del carico di lavoro della sua società è dedicato alle offerte online, tra cui conferenze su statue buddhiste, architettura antica e patrimonio cinese nelle collezioni dei musei occidentali. Il contenuto è definito da esperti delle migliori università e istituti di ricerca, alcuni dei quali guidano anche visite in loco. A seconda della loro qualifica, gli studiosi chiamati come docenti ricevono un onorario giornaliero che va da 155 dollari a più di 3mila, mentre gli specialisti più celebri possono arrivare a oltre 15mila. «La maggior parte dei professionisti delle istituzioni culturali si è laureata in rinomate università, ma lavora per un reddito modesto. L’onorario che paghiamo loro è un riconoscimento dei loro risultati accademici, afferma Nie. E offriamo più opportunità di lavoro a chi si è appena laureato».

Un aumento del numero di visitatori porta inevitabilmente preoccupazioni sulla conservazione dei siti antichi e sulla sicurezza dei loro manufatti. Secondo un rapporto nazionale del 2012, la Cina continentale ha più di 766mila siti culturali, ma solo circa 130mila custodi. La scarsità di personale significa che alcuni siti sono lasciati incustoditi, mentre altri sono chiusi al pubblico.

Mentre la conservazione dei siti del patrimonio della Cina è una questione di Stato, i gestori delle agenzie turistiche concordano sul fatto che hanno la responsabilità di aumentare la consapevolezza sociale e alcuni contribuiscono anche con piccole donazioni per la manutenzione. L’azienda di Bai Yu lavora sotto la supervisione delle autorità culturali per ottenere l’accesso ad alcuni siti chiusi a un costo aggiuntivo: «È il modo più giusto per ottenere un tale privilegio, afferma Bai. Il prezzo da pagare per un’attrazione culturale rappresenta il riconoscimento del suo valore da parte del visitatore».

ITA | Versione tratta dall’edizione originale italiana del Giornale
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Il Giornale dell'Arte è un periodico mensile dedicato al mondo dell'arte pubblicato dalla società editrice torinese Umberto Allemandi S.r.l..
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