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Ora il design progetta la società

«Il design concepito esclusivamente come qualcosa di tridimensionale e oggettuale è un’idea superata»

Continua nelle istituzioni culturali e artistiche viennesi l’avanzata delle donne. Non solo il Kunsthistorishes Museum, il Belvedere, l’Albertina modern, il Mumok, l’Architekturzentrum, il Kunstforum, la Kunsthalle, il Freud Museum, la Haus der Geschichte sono saldamente in mano femminile. Ora, per la prima volta dalla sua inaugurazione nel lontano 1864, anche il MAK ha una donna alla sua guida. Dopo Christoph Thun-Hohenstein, che lo ha diretto dal 2011, il Museo di Arti Applicate è stato affidato per un quinquennio alla 49enne Lilli Hollein.

Una laurea in design industriale, Hollein è pubblicista e curatrice di mostre di architettura e design. Nel 2007 ha cofondato la Vienna Design Week, che ha diretto con crescente successo fino alla primavera del 2021, portando la manifestazione a essere la più importante del settore in Austria.

Suo padre Hans Hollein è stato un architetto e designer di fama mondiale, sua madre Helene era un’apprezzata disegnatrice di moda. Che influsso hanno esercitato i suoi genitori sulle sue scelte professionali?

I miei genitori mi hanno sempre reso partecipe di ciò che pensavano e intraprendevano. Questo ha consentito molto presto a me e anche a mio fratello Max di poter osservare il «farsi» della creazione artistica, cosa che è stata sicuramente un’impronta caratterizzante della nostra vita familiare e di questo sono grata ai miei genitori.

Lei ha scritto la sua tesi di laurea magistrale sul tema «I sistemi espositivi». Da quale punto di vista ha considerato l’argomento? Ha tratto suggerimenti utili anche oggi per la sua attività?

L’idea centrale della tesi era lo sviluppo di un sistema espositivo flessibile, non concepito per una classica gestione museale, bensì per spazi eterogenei. Per la mia attuale funzione di direttrice generale del MAK, quello studio ha per esempio affinato molto la mia capacità di ideare uno spazio e di realizzare delle mostre, ma mi sono stati egualmente d’aiuto anche gli insegnamenti dei miei professori di storia dell’arte e delle materie pratiche.

In occasione di una sua mostra alla Looshaus di Vienna, all’inizio degli anni Duemila, lei ha dedicato un saggio al gruppo di designer Memphis («Memphis. Un movimento di design cambia il mondo»). Da dove nasce il suo interesse per il gruppo lombardo e qual è il suo giudizio oggi su quel movimento degli anni Ottanta?

Nel 2002, in un periodo in cui il Postmoderno e Memphis erano ancora poco studiati, ho realizzato due mostre su quel gruppo e quando feci visita a Nathalie du Pasquier nel suo atelier a Milano, tirò fuori per la prima volta dai cassetti i suoi meravigliosi disegni per progetti. A dire il vero sono stata affascinata da Memphis fin da quando ero bambina, lo considero un movimento di design incredibilmente incisivo. Ettore Sottsass, che conoscevo bene personalmente, ha cambiato molto e in modo sostanziale il mondo del design e ha fornito impulsi determinanti. Quella rivoluzione era necessaria e trovo che dal punto di vista della storia del design, Memphis è stato immensamente rilevante.

Milano viene considerata un primario centro internazionale per il design. È anche la sua opinione ?

Fin dal tempo dei miei studi Milano è sempre stata una meta immancabile durante il Salone del Mobile per potermi confrontare con il mondo internazionale del design. La città è una piattaforma, un enorme spazio espositivo e durante il Salone è soprattutto un punto d’incontro. Questo non significa che Milano sia necessariamente un fulcro del dibattito e sia un centro determinante per lo sviluppo del design, perché vi sono tanti luoghi che sanno incidere in questo senso. Penso per esempio a rassegne come Design Indaba a Città del Capo, che considero una delle manifestazioni più influenti, o la Design Academy di Eindhoven, che ha prodotto grandi stimoli negli ultimi 15 anni.

Dal punto di vista professionale lei sembra aver deciso di muoversi sul versante dell’arte dove si riflette, si danno impulsi, si struttura, piuttosto che su quello della produzione. È stato un piano B o una scelta consapevole?

Occuparmi d’arte, architettura e design per comunicarli al pubblico è stato sempre ciò che mi ha interessata. Lavorare soprattutto a progetti espositivi piuttosto che a miei progetti personali e scrivere testi su quei temi è stata una scelta consapevole e precoce. Non considero questo mio lavoro meno creativo.

A Vienna la storia del design annovera nomi e periodi come il Biedermeier, Otto Wagner, Josef Hoffmann, la Wiener Werkstätte, Adolf Loos… Nella seconda metà del XX secolo la grande tradizione del design viennese è apparsa invece meno organica. Trova che oggi a Vienna vi sia nuovamente un humus propizio?

Sì, è così. Negli ultimi 15 anni Vienna è tornata a essere molto attiva e stimolante: si è assistito alla formazione di una scena artistica vivace e interessante, votata al design, e il fatto che numerose gallerie e artisti stranieri si sentano attratti dalla possibilità di risiedere qui porta ulteriore dinamicità. L’ho appurato anche nella mia esperienza come direttrice della Vienna Design Week, nata fra l’altro proprio dal mio entusiasmo per Vienna come centro culturale.

Il design ha a che fare con la bellezza, con la funzionalità o con entrambi?

Il design è molto più che bello o utile. È un vero e proprio strumento per la società. Pensare ancora oggi al design solo come qualcosa di tridimensionale e oggettuale è una concezione completamente superata. Per fare solo due esempi: il Social Design progetta dinamiche di sviluppo sociale, il digitale si apre a moltissimi e diversi livelli progettuali.

A proposito del ruolo del design nella società: nei giorni complessi che stiamo vivendo, ci sono insegnamenti che ha potuto trarre dalla pandemia, che possono tornare utili alla sua attività di curatrice e ora di direttrice di uno dei maggiori musei austriaci?

Proprio in conseguenza della pandemia e dei processi sociali che ha innescato, direi che il design ha assunto grande importanza. Le trasformazioni del mondo del lavoro, con postazioni più flessibili, home office e supporti digitali; le nuove misure igieniche e la comunicazione che le tematizza; la mobilità; la progettazione sia dello spazio pubblico sia della dimensione domestica: tutto ciò ha stimolato percorsi di rinnovamento che personalmente trovo significativi e con cui vogliamo confrontarci anche come museo.

Quali altri temi vede nel prossimo futuro del MAK?

Nel contesto di una metropoli considero un museo come un attore e un moderatore sociale. Vorremmo perciò riflettere anche sulla diversità, l’ampliamento della nostra tradizionale visione eurocentrica, le grandi questioni della sostenibilità e dei cambiamenti climatici, la presa di coscienza sulla marginalità di gruppi, il razzismo che emerge dalle collezioni di numerosi musei, o come ho già detto, il Social Design come possibilità di progettazione della società. Negli anni scorsi questo museo ha già affrontato alcune istanze sostanziali e vorrei proseguire questo cammino, raggiungendo un pubblico il più ampio e diversificato possibile: in quanto museo interdisciplinare credo che il MAK abbia grandi possibilità in questo senso: attraverso l’ufficio comunicazione col pubblico e con programmi «outreach» possiamo imboccare nuove vie. Il MAK è un’istituzione dedicata alla progettualità e vorrei sviluppare con i miei collaboratori questo aspetto in modo ancora più incisivo, affrontando anche temi non sufficientemente considerati in passato, come quello delle donne, che ritengo attualmente sottorappresentate. Non da ultimo, vorrei che il MAK riflettesse sulla propria funzione in quanto istituzione e sull’adeguatezza della categorizzazione delle nostre collezioni.

Gli spazi espositivi del MAK furono cambiati in modo molto incisivo quando Peter Noever, direttore dal 1986 al 2011, chiese ad alcuni artisti contemporanei, come Jenny Holzer e Donald Judd, Heimo Zobernig, Franz West e James Turrell, di progettare e allestire ognuno una sala. Sono interventi che lei considera ancora validi?

Molti degli interventi artistici promossi da Noever hanno ancor oggi validità anche in termini di estetica. Sicuramente non interverrò a tutto campo.

Un progetto cui Noever teneva molto è quello dell’utilizzo dell’enorme torre della contraerea nazista nel parco di Arenberg, nel terzo distretto, dove dal 1995 espose parte della collezione d’arte contemporanea. Noever aveva in mente di intervenire anche sull’architettura della torre, per farne un polo culturale molto speciale. Poi l’edificio è stato chiuso per problemi di sicurezza. Ha in progetto di rivitalizzarlo?

La torre della contraerea era un luogo fantastico, ma per ordine delle autorità competenti non può essere aperto al pubblico. Sarei felice se si potessero raccogliere i fondi necessari, e si tratta di diversi milioni di euro, per poterla rendere nuovamente accessibile.

Ha in progetto di collaborare con istituzioni viennesi che formano giovani nel settore dell’arte e del design, o con altri musei o ancora con il Metropolitan Museum di New York, diretto dal 2018 da suo fratello Max?

Collaboreremo sicuramente con la vicina Università di Arti Applicate, con altre istituzioni di questo tipo in Austria e all’estero, e con altri musei. Se ci sarà un buon motivo sarò naturalmente felice di collaborare con il Metropolitan. Devo dire però che mio fratello e io abbiamo soprattutto uno stretto, positivo legame familiare, e siamo quindi entrambi felici quando possiamo parlare dei bambini, di politica, insomma di temi semplicemente quotidiani.

ITA | Versione tratta dall’edizione originale italiana del Giornale
dell’Arte

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