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SOS VENEZIA. Le proposte di 40 autorevoli scienziati e letterati inernazionali

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Vogliono l’introduzione di poteri forti, con accesso diretto al Governo; una gestione agile, trasparente e interdisciplinare; pianificazione a lungo termine, e una partecipazione internazionale, eventualmente della UE

LA DOMANDA

Oggi sappiamo dalle proiezioni dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), e da altre fonti autorevoli, che se non si interviene il processo cronico e senza fine dell’innalzamento del livello del mare causerà sicuramente la distruzione di Venezia e del suo ecosistema, verosimilmente entro l’aspettativa di vita dei nostri nipoti. Un’organizzazione deve essere autorizzata a ricercare e pianificare una soluzione. Come dovrebbe essere concepita un’organizzazione del genere in termini di struttura amministrativa, poteri delegati, rapporti con il Governo, finanziamenti ecc.? Pensate che una simile organizzazione dovrebbe essere resa internazionale, forse con una componente della Comunità Europea?

YVES ANDRÉ

Research Director 1st Class at CNRS / École Normale Superieure de Paris / Institut de Mathématiques Jussieu.

Matematico di fama internazionale, ha ricevuto nel 2011 il Prix Paul Doistau-Émile Blutet dell’Académie des Sciences.

«Se non posso rispondere proprio alla domanda, che presume competenze tecniche e politiche che non possiedo, tuttavia non posso tacere come se fossi indifferente. Mi permetto quindi di scrivere qualche riga.

No other city fullfils Lacan’s interpretation triple grid (real, imaginary and symbolic) like Venice. On the real side, you are the expert. On the imaginary and symbolic sides, so many poets and historians have spoken eloquently, past and present, among them many of our soci.

There is one more side, “Venezia-la-taumaturga”. There is no comparable place of resilience: anyone spending one morning on the Giudecca, throwing in the “canale” all sad thoughts in front of the wreath of palaces and domes bathed in golden daylight, can experience a quick renaissance. Venice is immortal on the imaginary and symbolic sides but unfortunately mortal in reality: it is essential to do everything possible to save its very existence».

MAURICE AYMARD

Directeur d’études EHESS, Membre associé, Retraité en activité.

Storico dell’economia e della società dell’età moderna, con particolare riferimento ai Paesi mediterranei.

«À problème global, réponse globale. Mais aussi initiatives qui doivent être d’abord prises au niveau local, au plus près du cas concret qui nous mobilise: celui de Venise. Elle ne peut pas être sauvée toute seule, mais son exemple peut aussi, vu sa réputation mondiale, servir de modèle et de référence. Le danger de disparition qui la menace en fait l’un des symboles les plus évidents de la menace que font peser sur nos civilisations la poursuite du réchauffement climatique et de la montée des eaux que celui-ci entraîne. Tout doit donc partir de Venise même. À elle, à ses institutions, à ses élites intellectuelles, de créer autour d’elle les solidarités indispensables avec les autres villes et régions d’Europe qui ont commencé à prendre, sur ce plan, leur destin en main. À elle aussi de convaincre les autorités politiques nationales italiennes qu’elles doivent savoir s’engager aujourd’hui dans des actions à très long terme, en se projetant au-delà du XXIe siècle. Des actions qui soient à la mesure des enjeux actuels: freiner puis inverser la tendance, d’abord, mais aussi tout faire pour en limiter les conséquences catastrophiques».

MARIO BOTTA

Architetto di fama internazionale. Si laurea con Carlo Scarpa e Giuseppe Mazzariol. Durante il periodo trascorso a Venezia, ha occasione di incontrare e lavorare per Le Corbusier e Louis I. Kahn. Nel 1970 apre il proprio studio a Lugano e, da allora, svolge parallelamente anche un’intensa attività didattica con conferenze, seminari e corsi presso scuole d’architettura in Europa, Asia, negli Stati Uniti e in America Latina.

«Venezia è la città icona; madre di storia e memoria in cui la vecchia Europa si riconosce come segno tangibile dell’umanità. È l’Europa che deve mettere in atto tutto quanto possibile per salvaguardare la sua stessa identità».

PIERFRANCESCO BRUNELLO

Professore ordinario di Fisica tecnica nell’Università degli Studi di Padova.

«Colgo con favore il desiderio di far sì che l’Istituto svolga una parte più attiva nel mondo contemporaneo, dando il proprio contributo su questioni che indubbiamente gli competono. Per quanto mi riguarda, tuttavia, temo che l’espressione in tempi brevi di una posizione argomentata sui due punti che hai indicato sia alquanto al di sopra delle mie forze, dato che sono presenti implicazioni non solo ingegneristiche (idrauliche in particolare), ma anche amministrative, giuridiche e socio-economiche. Personalmente, infatti, posso solo auspicare che i problemi siano affrontati per tempo (come già stanno facendo altri Paesi, anche meno esposti di noi) e che l’attuazione delle eventuali soluzioni sia affidata a magistrature locali di provata integrità, come avveniva ai tempi della Serenissima. Detto questo, resto comunque disponibile a dare il mio contributo sulle questioni che più direttamente mi coinvolgono, in particolare quelle energetiche».

GIORGO BRUNETTI

Professore emerito di Strategia e politica aziendale all’Università Bocconi di Milano. Autore di numerose pubblicazioni e articoli su contabilità e bilancio, analisi di bilancio, finanza d’impresa, valutazioni aziendali, economia delle Mpi, governance e audit.

«La salvaguardia di Venezia dovrà svilupparsi lungo due prospettive, una a breve e l’altra a medio-lungo termine. La prima ha l’obiettivo di salvaguardare la vita socioeconomica della città, recuperando quel modello e stile di vita unico che la contraddistingue, ora fortemente minacciato dal turismo di massa che, come una lebbra, si insinua dappertutto. Per superare ciò occorre ripopolare la città, richiamando imprese, start-up, attività culturali e assicurando ai nuovi abitanti adeguate abitazioni. Quindi occasioni di lavoro e residenzialità. La prospettiva a medio-lungo termine ha per oggetto, invece, la salvaguardia della laguna assicurando che il mare non soffochi la città e la sua sopravvivenza. Le grandi navi sono un problema di oggi, l’aumento del livello medio del mare sarà un grave problema per il futuro.

Entrambe le prospettive richiamano una governance adeguata che non può che essere internazionale, per cercare di sterilizzare i molti interessi, anche della popolazione attualmente residente, che si è ormai venduta al turismo di massa. Sarà dapprima necessario la predisposizione di uno statuto che preveda per la città storica con la sua laguna uno stato di “città patrimonio dell’umanità” o termine simile, mentre il patrocinio potrebbe essere assunto dall’Unione Europea.

Mi avventuro ora verso un terreno accidentato proponendo un’idea di articolare la governance su due livelli pensando ad una integrazione tra persone elette dai cittadini, rappresentanti dell’UE e scienziati di alto profilo. Il primo livello è il comitato di indirizzo, quello che dovrebbe essere la prevista Autorità per la Laguna, al quale spetta il compito di avviare e realizzare gli interventi, coordinando, tra l’altro, le altre iniziative svolte da privati e da enti pubblici. Il secondo livello è costituito da uno steering committee che studia e propone soluzioni tecniche adeguate, che lavora sulla base di un piano a lungo termine e che dovrebbe esser formato da scienziati, di alto profilo, e da tecnici di valore operanti in questo campo».

DONATELLA CALBI

Professore già ordinario di Storia della città e del territorio nell’Università Iuav di Venezia. Ha tenuto corsi in università internazionali ed è presidente onorario della European Association of Urban Historians (Eauh) e dell’Associazione Italiana di Storia Urbana (Aisu). Dirige la collana «Storia della città» edita da Laterza ed è membro del board editoriale della rivista «Planning Perspectives» e condirettore di «Città e storia».

«Un’organizzazione che ricerchi e pianifichi una soluzione per il futuro di Venezia dovrebbe essere internazionale. Più ancora che avere una componente della Comunità Europea, questa organizzazione potrebbe essere una sua emanazione, che si caratterizzi per l’obiettivo di studiare il caso Venezia come laboratorio. I pericoli del cambiamento climatico presenti in laguna (il sito più a rischio) si trovano anche altrove in Europa. Impatto dell’innalzamento del mare sulla vita degli uomini e delle pietre; eccezionale concentrazione di monumenti e patrimonio storico artistico diffuso; capacità dimostrata nel passato di adattarsi alle variazioni climatiche in un ambiente anfibio (attraverso la mobilità di alcune funzioni e al ricorso a materiali da costruzione e mezzi di trasporto adeguati) contraddistinguono e sintetizzano i caratteri eccellenti della stessa storia urbana europea.

Tuttavia vi si possono rilevare (qui in modo particolarmente drammatico) tendenze che mettono in pericolo la stessa sopravvivenza fisica degli insediamenti, oltre che delle comunità umane che li abitano. Diminuzione progressiva della popolazione residente, accelerazione di una monocultura turistica, sfruttamento economico a breve degli edifici, disattento ai danni che esso provoca nelle antiche strutture edilizie, incremento del traffico, situazione critica dei servizi pubblici (trasporto, sanità) costituisco sintomi gravi del malessere vissuto da Venezia, ma sono presenti anche in altri grandi centri europei. Per avvalorare l’idea di Venezia come laboratorio, vorrei sottolineare che qui esistono saperi artigianali in particolare nel settore del restauro che non hanno eguali al mondo: conoscenze tradizionali coniugate con una ricerca innovativa che si confronta con obiettivi di sostenibilità. Alcune esperienze in corso (nanotecnologie per i danni dell’umidità e della risalita salina nelle murature, nelle pietre, nei mosaici) meritano un importante salto qualitativo. Tali competenze riguardano il costruito e le opere d’arte, luoghi e oggetti che identificano i valori fondamentali dell’Europa, depositari di una trasmissione della memoria.

Nicchie eccellenti, ma separate, sono incapaci di trovare momenti di sinergia e di rilancio della sperimentazione e della ricerca. Finanziamenti europei potrebbero alimentare un’organizzazione preposta alla pianificazione del futuro di Venezia, relativamente indipendente da pressioni politiche locali, il che non significa distratta rispetto a esigenze, condizioni specifiche e circostanziate, forze presenti sul territorio. Struttura amministrativa, poteri delegati, rapporti con i governi nazionali e locali dovrebbero dunque essere abbastanza snelli da garantire processi di decisione relativamente rapidi ed efficienti».

FRANCO CARDIN

Professore ordinario di Fisica matematica nell’Università di Padova.

«La risposta a quest’ultimo quesito non può che essere affermativa.

Ripartendo dalla relazione di Carlo Barbante: Ipcc Sixth Assessment Report (AR6): Che cosa è e perché è così importante? Penso che dovrebbe essere divulgata massicciamente. Non credo infatti di peccare di pessimismo nell’avvertire ancora scarsa sensibilità sulla comprensione tra la popolazione del carattere quasi irreversibile del disastro.

Per quanto concerne l’organizzazione di una vasta e operativa task force, credo che anche l’Istituto Veneto possa avere un suo ruolo, offrire intelligenza progettuale: ci ritroviamo attualmente in questa comunità con una presenza di alto profilo scientifico-ingegneristico, a mio parere pronta a essere operativa».

BRUNO CHIARELLOTO

Professore ordinario di Geometria e Direttore del Dipartimento di Matematica «Tullio Levi-Civita» nell’Università di Padova.

«Si dovrebbe esprimere fin da subito una linea chiara di quale sia lo scopo: “salvare Venezia come patrimonio dell’umanità”. Non come entità turistica. Questo presupposto dovrebbe essere alla base di una condivisione a livello nazionale e poi a livello internazionale. A quel punto la struttura che si creerà potrà avere un mandato che sia scevro da costrizioni legate a interessi locali (quasi sempre economici/turistici) ma indirizzarsi verso la salvaguardia del patrimonio “Venezia”. Certamente il carattere internazionale sia a livello di finanziamento che di organizzazione e di indirizzo dovrà essere implementato (con inclusione di entità esterne EU ecc.) per allontanarsi da interessi “indigeni”».

CESARE CHIOSI

Professore emerito di Astrofisica Teorica nell’Università di Padova.

«Il cambiamento climatico in corso e le previsioni sul suo evolversi nell’immediato futuro impongono di affrontare il problema con tutte le ovvie conseguenze di un importante innalzamento del livello medio del mare. I rapporti scientifici parlano molto chiaro, la situazione è pressante e purtroppo quasi irreversibile su scala di tempo breve. Qualunque sia la soluzione che verrà approntata la cosa che non deve assolutamente ripetersi è la scandalosa farsa del Mose. Cosa fare e come fare? Ma soprattutto chi lo deve fare? Se è vero che la scienza ed ingegneria idraulica possono fare miracoli, non è altrettanto vero che questi si realizzino in ogni circostanza. Ogni soluzione che veda una chiusura della laguna con paratie virtualmente mobili ma sempre in funzione oppure con dighe fisse tipo Olanda senza opportuni interventi sulla laguna interna porterebbero in poco tempo alla morte di questa e della citta che vi è insediata. Innanzi tutto quanta parte della laguna deve essere protetta? Tutta, per conservare il contesto in cui si colloca Venezia o una parte attorno a Venezia e il resto lasciato al suo destino? Difficilissimo dare una risposta. Qualunque sia la soluzione, va da sé che tali opere difensive dovrebbero immediatamente accompagnarsi ad altri due interventi altrettanto importanti: (i) costruzione di un porto esterno alla laguna (per inciso questo sarebbe auspicabile anche nella situazione attuale) collegato alla città da trasporti rapidi e frequenti come per un aeroporto al fine di non condannare Venezia alla morte economica o ridurla a semplice teatro per turisti visitatori; (ii) conservazione della laguna in condizioni vitali (ricambio d’acqua continuo, ammodernamento e potenziamento del sistema di purificazione delle acque interne, leggasi rete fognaria) per ovvie ragioni. Tuttavia la soluzione tecnica è solo una parte del problema. Aggiungerei una terza condizione da realizzare: (iii) ridare Venezia in mano ai veneziani, cioè ricostruire il tessuto cittadino creando le opportune circostanze ed occasioni di lavoro atte a diminuire il flusso migratorio della popolazione giovane verso la terraferma. Quando ero bambino la città contava circa 150mila abitanti, oggi circa solo un terzo costituito in gran parte da persone anziane. Non va dimenticato che Venezia è un sistema strutturalmente molto fragile che richiede di essere continuatamente curato, protetto e amato. Venezia è stata in ottima salute finché popolata e governata dai veneziani che l’hanno costruita, amata e difesa. Una città per vivere deve essere abitata dalla sua gente che ne tramandi la cultura, le tradizioni, le abilità e capacità artigianali, la lingua e infine l’anima. Una città che diventi solo un museo a cielo aperto e che viva quasi integralmente di turismo è destinata a morire perché diventa un business senza anima. Nel passato Venezia è stata un centro culturale internazionale, ha generato e custodito opere d’arte uniche e irrepetibili, è stata centro economico di primaria importanza, il nodo di scambio culturale ed economico fra Oriente e Occidente, un ambiente cosmopolita, e molto altro. Tutto ciò è avvenuto grazie alla sua gente che ne era lo spirito vitale. La realtà di oggi è ben diversa: mi duole dirlo ma quanto di vitale Venezia possiede ancora è soffocato da un turismo frettoloso, opprimente, superficiale e spesso rozzo che non porta e lascia quasi nulla a parte un certo ritorno monetario e grazie alle moderne astuzie finanziarie sovranazionali sovente neanche questo. Resta solo il degrado, lo sporco e l’usura delle pietre. Aggiungerei alla lista anche la gestione e governo della città, più attenti ai giochi politici che alla comunità da governare, sicuro di attirarmi gli strali di molti.

Chi deve assumersi il compito di salvare Venezia dalle acque? In primis i veneziani stessi facendosi promotori dell’iniziativa e vigilando che venga messa in essere e poi una organizzazione sovranazionale visto che Venezia è considerata patrimonio dell’umanità. L’esperienza Mose mi rende molto dubbioso sull’effettiva capacità di organizzazioni solamente nazionali in quanto facilmente soggette alla mala politica e alle rivalità fra partiti. Un organismo sovranazionale di scienziati e tecnici di comprovata esperienza, una struttura amministrativa europea agile e trasparente in ogni suo atto, finanziamenti allo scopo provenienti dal Governo italiano e dalla Comunità Europea. Tale struttura dovrebbe rispondere solo agli organismi di controllo istituzionali sia nazionali che internazionali i quali a loro volta sono chiama ti a garantire il rispetto di tempi e costi dell’impresa, la non infiltrazione del mondo del malaffare che sicuramente vorrà essere il convitato di pietra, e infine la corretta realizzazione del progetto.

Chiudo ponendo una terza domanda: “Che cosa avrebbero fatto i Veneziani della Serenissima Repubblica di fronte a questo problema?” Altinum, Torcellum, Ammiana, Boreana atque Metamaucum docent».

FRANCA COIN

Presidente onorario di The Venice International Foundation.

«Venezia non deve soccombere. Ognuno, ogni singolo, può fare qualcosa.

Ricerca, ricerca, ricerca. Venezia sede mondiale di Fondazioni e Campus per studenti e docenti.

Abbiamo a Venezia eccellenze straordinarie sia in campo universitario che sedi di Fondazioni private.

Venezia megafono mondiale per e della “conoscenza”.

Dall’educazione fisica e mentale al modello di vita immersi nella bellezza. Venezia città del contatto umano.

Socialità, equilibrio, cura e rispetto per la storia: senza storia non può esserci futuro.

Sede di pace, fratellanza ed esempio storico mondiale.

Fare, saper fare, saper far fare…

Venezia è un intramontabile, storico, semplice, popolare esempio mondiale che deve andare oltre la monocultura dell’accoglienza».

GIOVANI COSTA

Professore emerito di Strategia d’impresa e Organizzazione aziendale all’Università di Padova. Ha ricoperto ruoli di governance in imprese ed enti. Attualmente è membro del Comitato scientifico di Enter, Centro di Ricerca Imprenditorialità e Imprenditori dell’Università Bocconi e di varie riviste economico-manageriali tra cui «The Journal of Management and Governance» (Springer).

«Secondo il rapporto Ipcc (intergovernment Panel on Climate Change), l’innalzamento del livello medio del mare, a causa del cambiamento climatico, fa prevedere entro questo secolo uno scenario disastroso per Venezia e la sua laguna. Ritengo che la salvaguardia di Venezia, per l’unicità del suo patrimonio universale, geografico, storico, artistico e culturale, rappresenti non solo un problema nazionale, bensì un problema che riguarda il mondo occidentale e, in particolare, la Comunità Europea. Ritengo quindi che debba essere organizzata quanto prima una Commissione internazionale costituita, oltre che da membri italiani, esperti in vari settori, anche da rappresentanti autorevoli della Comunità Europea. Questa Commissione dovrebbe intraprendere uno studio approfondito del problema della salvaguardia di Venezia e della sua laguna che possa portare all’individuazione di proposte precise, ad esempio la realizzazione di un sistema appropriato di dighe che potenzi o sostituisca il Mose, o di altri progetti innovativi che le tecnologie ingegneristiche attuali possano inventare. Queste realizzazioni dovrebbero garantire la sicurezza, in un primo tempo, almeno nel caso dello scenario intermedio considerato dall’Ipcc di aumento medio del mare di 44-76 centimetri. Secondo me, la Commissione dovrebbe essere presieduta da un personaggio autorevole, che sia in grado di evitare ogni diatriba politica che tenda a posticipare le decisioni urgenti e necessarie. Dovrebbe inoltre cercare di abbreviare le lentezze burocratiche e di accelerare la realizzazione del progetto. Penso che i problemi legati all’Antroprocene siano argomento di indagine in molte sedi europee. Per quanto riguarda il problema dell’innalzamento del livello del mare, vengono formulate idee ardite e lungimiranti come, ad esempio, quella del Need (Northern European Enclosure Dam) che propone la costruzione di un’enorme diga tra la Scozia e la Norvegia, in grado di proteggere 15 Paesi dall’eventuale innalzamento del livello dell’oceano Atlantico. La costruzione, ad esempio, di un sistema di dighe intorno alla laguna di Venezia o la realizzazione di altre soluzioni innovative, riguarderebbe solo il nostro Paese, ma come ho ribadito sopra, la salvaguardia di Venezia dovrebbe essere considerato un problema europeo. Per questo ritengo che la Comunità Europea dovrebbe contribuire con un finanziamento adeguato alla realizzazione del progetto di salvaguardia che verrà approvato».

PAOLO COSTA

Professore già ordinario di Economia regionale nell’Università Ca’ Foscari di Venezia, già presidente dell’Autorità portuale di Venezia. È stato rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia dal 1992 al 1996, ministro dei Lavori pubblici del primo governo Prodi dal 1996 al 1998, sindaco di Venezia dal 2000 al 2005. Dal 1999 al 2009 è stato deputato al Parlamento Europeo e da settembre 2003 al luglio 2009 ha ricoperto il ruolo di presidente della Commissione per i trasporti e il turismo (Tran).

«L’organizzazione alla quale affidare la difesa di Venezia dall’innalzamento del mare deve essere “repubblicana” (nello spirito dell’art. 1 della legge 171 del 1973), cioè capace di coordinare le attività delle amministrazioni statali, sia attive che di controllo, e di concertarle con quelle delle amministrazioni regionale e locali (tutte e solo le amministrazioni centrali e locali tenute a prendersi cura (con l’impiego di risorse proprie dirette o derivate) di attività rilevanti ai fini della salvaguardia dell’urbs e della vitalità della civitas veneziane). Il carattere “repubblicano” dell’organizzazione impone che la sua presidenza sia attribuita al presidente del Consiglio dei Ministri (o da un suo delegato) in quanto primus inter pares. Tale organizzazione può esser resa internazionale solo nel senso di aperta alla concertazione con istituzioni che possano prendersi cura con l’impiego di risorse proprie di attività rilevanti per la salvaguardia e la vitalità di Venezia secondo un principio del “no representation without taxation”. Ogni altra organizzazione internazionale pubblica o privata sarà la benvenuta nella espressione di opinioni delle quali l’organizzazione terrà il dovuto conto nel suo processo decisionale. Cruciale al fine dell’efficacia del coordinamento e della concertazione delle amministrazioni interessate è l’attribuzione all’organizzazione del diritto di accedere al Consiglio dei Ministri per la decisione finale in caso di valutazioni contrastanti tra amministrazioni a diverso titolo competenti in ordine alla definizione di atti e provvedimenti (sulla falsariga di quanto previsto dall’art. 5, comma 2, lett.c-bis delle legge 400 del 1988). L’attività dell’organizzazione dovrà articolarsi nelle due fasi dell’individuazione della soluzione (o delle soluzioni) atte a contrastare gli effetti dell’innalzamento del mare e della realizzazione della stessa.

La prima fase non può che passare attraverso un concorso di idee aperto alla scienza e alla tecnica di tutto il mondo, assistito da un finanziamento generoso, e traguardato su un orizzonte temporale congruo. Individuata, augurabilmente in tempi ragionevoli, la soluzione e acquisito il consenso sulla base di un adeguato processo di raccolta di pareri (delle amministrazioni competenti) e di opinioni (dei portatori di interessi dai locali ai globali) l’organizzazione dovrebbe gestire il processo di realizzazione della soluzione nel rispetto delle norme nazionali ed europee.

Il fatto che l’orizzonte temporale entro il quale va realizzata la soluzione capace di difendere Venezia dall’innalzamento del mare sia dell’ordine di almeno cinquant’anni rende però altrettanto importante ed urgente la gestione della salvaguardia dell’urbs e della vitalità della civitas veneziane nei prossimi decenni.

La preoccupazione per la difesa di Venezia dalla fine catastrofica che, in assenza di interventi, si preannuncia tra 50-100 anni, non può farci dimenticare i problemi attuali di sopravvivenza della comunità veneziana (quella operante nella dimensione funzionale che va ben oltre le mura medievali costituite dalla laguna) da perseguire creando le condizioni perché la stessa possa continuare a prendersi cura del mantenimento dell’urbs storica in modi che nessun mecenate e nessun pubblico intervento sostitutivo potrebbe conseguire. Questo solleva il tema storico di favorire il mantenimento nella Venezia funzionale (ben più larga della Venezia storica) di una base economica alternativa a quella potenzialmente distruttiva, qualora esclusiva, del turismo. Tema che retroagisce sulla necessità di intervenire nel breve medio periodo per valorizzare (e non solo passivamente proteggere) la laguna, il suo retroterra e il suo avanmare, in modo che possano continuare a svolgervisi anche quelle attività portuali, logistiche e di manifattura leggera che quantitativamente si aggiungono a quelle qualitative terziarie, culturali, di istruzione e ricerca per chiudere il circuito virtuoso che veda i veneziani prendersi cura della loro città e del patrimonio storico che custodiscono anche a favore del mondo intero».

LUIGI D’ALPAOS

Professore emerito di Idraulica dell’Università di Padova. Nell’ambito delle attività di ricerca applicata ha condotto numerose indagini su modello fisico finalizzate all’esame del comportamento di grandi opere dell’ingegneria. Ha partecipato, inoltre, alle attività condotte per conto della Commissione De Marchi dopo la piena del 1966, contribuendo in modo particolare agli studi per la difesa dalle piene del Piave e del Livenza. Ha attivamente collaborato con il Comitato Interministeriale per la Salvaguardia della Laguna di Venezia, allestendo i primi modelli matematici utilizzati per lo studio della propagazione delle maree all’interno della laguna stessa e per le indagini sugli effetti conseguenti all’adozione dei provvedimenti di difesa proposti. Dopo l’alluvione del novembre 2010 è stato chiamato a far parte della Commissione Grandi Rischi della Regione del Veneto, partecipando alla definizione del piano degli interventi necessari per il contenimento delle piene e per la riduzione del rischio idraulico.

«È da osservare che un’organizzazione autorizzata a ricercare e pianificare una soluzione per i molti problemi di Venezia e della sua laguna esisteva già ed era il Magistrato alle Acque. Svuotato volutamente delle sue competenze e non potenziato dall’azione congiunta e malefica del Consorzio Venezia Nuova e della politica, il Magistrato alle Acque è stato da ultimo abolito, individuando nell’Istituzione e non nei funzionari infedeli scelti (meglio imposti?) per le sue funzioni la causa dei molti scandali, ahimè, tardivamente scoperti.

Si può quindi sicuramente pensare a una nuova organizzazione alla quale demandare tutti i compiti per ricercare una soluzione che eviti la distruzione di Venezia e della sua laguna, anche se sarebbe sufficiente ripristinare il Magistrato alle Acque, ridandogli competenza e autorevolezza e non occupandolo con i personaggi che si sono visti passare sotto i cieli della laguna negli anni seguiti all’Acqua Granda. Nulla di positivo accadrà, tuttavia, se tale organizzazione non saprà essere indipendente e se non sarà capace di sottrarsi all’influenza dei portatori di interesse, sempre in agguato, e di quella parte della politica che spesso non disdegna di accompagnarsi ad essi. Sarà fondamentale inoltre che a far parte della nuova organizzazione siano chiamati tecnici ed esperti autorevoli, di riconosciuta competenza nei molti problemi lagunari, consapevoli della forte interdisciplinarietà che li caratterizza e che è necessaria per affrontarli correttamente e risolverli. Una volta tanto si dovrebbe essere consapevoli che gli amici degli amici non servono per perseguire questi obiettivi. Sicuramente la partecipazione di esperti internazionali alla nuova organizzazione può giovare, ma non si può prescindere dal pretendere che anche per essi valgano i requisiti già indicati. In tal senso l’esperienza degli anni trascorsi dopo la grande marea non è stata sempre positiva, mancando a volte a questi esperti, pur validi, la conoscenza fisica del particolare ambiente della laguna di Venezia, per molti aspetti diverso da quello di altri ambienti costieri. Per quanto riguarda la presenza di una componente della Comunità Europea nella nuova organizzazione vale lo stesso ragionamento, anche se non si può fare a meno di segnalare che, con il Consorzio Venezia Nuova nel pieno del suo “splendore”, quasi mai, per non dire mai, la Commissione Europea, interessata per diversi aspetti di carattere ambientale ma non solo, è intervenuta con provvedimenti di censura. Eppure ce n’era ben d’onde, vista la situazione in cui oggi la laguna si trova».

CARLO DOGIONI

Professore ordinario di Geologia strutturale alla Sapienza, Università di Roma. Dal 2016 è presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

«Venice is naturally subsiding at a speed of about 10 cm per century, and there is nothing we can do about it to stop the phenomenon that is related to the distal effect of the Apennines lithospheric geodynamics. Moreover, computations of the sea-level rise of for the next 80 years predict a sea-level rise due to melting of the ice caps in the order of 50-75 cm, if not more, generated by the anthropogenic climate change. Therefore, the relative sea-level rise, i.e., the sum of the natural geological subsidence and the global increase of the sea-level, will possibly amount to 80 cm at the end of this century. Is incredibly urgent to act in order to fight this ominous destiny of the most beautiful city and cradle of the world culture. Venice is the iconic heritage and the symbol of our roots: we are morally obliged to preserve it. What to do? Act globally for a reduction of the global warming and stem locally to prevent the slow unavoidable disaster if no action is taken. Is the Mose system adequate to preserve Venice from permanent flooding? Yes or not? If not, we have to plan alternative dams, higher and easier to move, similar to the plan adopted in Netherlands».

LORENZO FELLIN

Professore già ordinario di Impianti elettrici nell’Università di Padova.

È stato membro del Comitato Tecnico del Magistrato alle Acque di Venezia (membro aggregato) dall’anno 2001 all’autunno 2010 e ha fatto parte della Commissione ministeriale per la valutazione dei progetti alternativi al Mose per il sistema di protezione della laguna di Venezia.

«Una domanda… gigantesca che richiederebbe una tesi di dottorato per una appena soddisfacente risposta! Credo di poter offrire solo qualche frammento di contributo augurandomi che l’insieme dei colleghi firmatari dell’appello forniscano un puzzle convincente e utile per coloro ai quali spettano le decisioni. Osservo in primo luogo che il tema del clima non riguarda ovviamente solo Venezia che, sotto questo profilo, non può nemmeno considerarsi una singolarità. L’ipotesi dell’innalzamento del livello del mare travolge situazioni, culture, storia che (pur ciascuna con i suoi caratteri specifici) rappresentano una potenziale e irrecuperabile perdita per l’umanità. Per questo credo che ogni sforzo organizzativo con caratteri “locali” lasci il tempo che trova. Se non si muoveranno sinergicamente i “grandi” del Pianeta Terra, non resta che la rassegnazione a soccombere. Per cui il problema si sposta semmai sul versante del “salvare il salvabile”, laddove il protagonista principale può essere individuato, in questo caso malaugurato, nelle singole nazioni e nelle loro organizzazioni regionali e locali.

Una pianificazione degli interventi, come pure il reperimento dei finanziamenti necessari, non può che essere internazionale, ad esempio ampliando molto i poteri assegnati all’Unesco. All’interno di un quadro generale che parta da un’analisi delle criticità e delle priorità, alcune deleghe potrebbero poi essere assegnate ad altri soggetti; nel caso specifico potrebbero essere le organizzazioni europee, riqualificando sacche di spreco finora dedite a studi ed emanazioni di regolamenti inutili o dannosi come i classici e farraginosi decreti riguardanti molti tipi di prodotti tra cui quelli agricoli (per i quali si sono oltrepassati i limiti del ridicolo).

A fronte di un’emergenza come quella climatica, tutte le organizzazioni internazionali ed europee dovrebbero concentrarsi su di essa compiendo in primo luogo una severa operazione di pulizia interna eliminando strutture e uffici inutili e dispendiosi per dare spazio a gruppi di lavoro formati da veri esperti, ciascuno con compiti ben delimitati in base alle competenze (climatiche, idrauliche, geologiche, energetiche, ecc.), all’interno di un’organizzazione complessiva che le sappia comporre entro una sintesi dalla quale far derivare le azioni concrete da compiere.

Il tema delle risorse necessarie per qualsivoglia tipo di intervento diverrà cruciale. Da qui, in primo luogo, uno sforzo atto a reperire innanzitutto risorse potenzialmente già disponibili ma attualmente sprecate per alimentare quei rami secchi o inutili che abbondano in tutte le organizzazioni internazionali ed europee. Queste però non basteranno, per cui altrettanto importante sarà la revisione dei modelli economici e di sviluppo recuperando anche in questo caso risorse che potrebbero liberarsi da una radicale revisione degli stili di vita e di lavoro, adottando forme di “economia circolare” che rimettano al centro la persona, secondo la felice intuizione di Papa Francesco nella Laudato sì».

GIUSEPPE GULLINO

Professore già ordinario di Storia Moderna dell’Università di Padova.

«Affiderei sempre all’Istituto Veneto l’organizzazione, nelle sue diverse articolazioni, della gestione del progetto, escludendone però collaborazioni internazionali (se non richieste di volta in volta direttamente, e per specifici problemi); questo per evitare interferenze e sovrapposizioni di competenze, che inevitabilmente appesantirebbero il lavoro, rallentandone l’esecuzione».

FAUSTO GUZZETTI

Direttore ufficio tecnico previsione e prevenzione rischi, Dipartimento Protezione civile del Consiglio dei Ministri.

«Non è corretto affermare che “un’organizzazione deve essere autorizzata a ricercare e pianificare una soluzione”. Esiste l’ipotesi “zero”: non fare nulla, e lasciare che Venezia sia danneggiata, abbandonata, distrutta. Non è l’ipotesi che auspico; ma la decisione di cercare e pianificare una soluzione è, di per sé, una scelta rilevante, e come tale deve essere condivisa.

Ciò premesso, non penso sia necessariamente indispensabile (o utile) una nuova organizzazione che ricerchi e pianifichi una possibile soluzione per Venezia; posto che ve ne sia una applicabile. Un’organizzazione esistente potrà occuparsi efficacemente del problema se riceve un mandato chiaro, negli scopi, nel perimetro d’azione, e nei tempi. Al momento, ammetto di non sapere quale possa essere l’organizzazione più adeguata, ma ritengo potenzialmente più efficace un’organizzazione di profilo internazionale, meglio se europeo, magari attraverso un’agenzia dell’Unione Europea; un organismo di diritto pubblico europeo dotato di personalità giuridica. Una tale organizzazione dovrà avere rapporti con i diversi livelli di governo che insistono su Venezia e la laguna.

La ricerca e la pianificazione di una soluzione per Venezia è senz’altro un problema complesso, con effetti da locali a globali, interconnessi in modi (almeno a me) largamente ignoti. Servono esperienze e competenze che credo nessuna organizzazione abbia in misura sufficiente. Per questo, l’organizzazione incaricata dovrà cercare e coordinare competenze disponibili in altre organizzazioni, pubbliche e private, locali, nazionali e internazionali. La sinergia fra diverse esperienze e competenze permetterà (auspicabilmente) di considerare gli interessi, anche contrastanti, dei molti e diversi portatori d’interesse su Venezia e la sua laguna. L’approccio che l’organizzazione dovrà adottare dovrà essere di tipo “convergente”, ad esempio mutuato da quello proposto da Sharp e Hockfield per la medicina.

Perché la ricerca e la pianificazione di una soluzione abbiano speranza di successo, un aspetto rilevante è la disponibilità economica; i fondi. Nessuna organizzazione può essere veramente autonoma nelle decisioni se non è economicamente indipendente. Pertanto, per la specifica attività richiesta, l’organizzazione deputata dovrà poter contare su fondi certi per un periodo predefinito. I fondi dovrebbero provenire da più amministrazioni, enti e portatori d’interessi, pubblici e privati, per suddividere lo sforzo economico e diversificare (bilanciare) gli interessi. L’organizzazione, inoltre, deputata dovrà garantire la trasparenza nell’utilizzo dei fondi».

OHN DIXON HUNT

Professor emeritus of Landscape Architecture, University of Pennsylvania.

«I cannot really contribute to your first question, but for the second I believe that an international commission with DRU support would be very important».

DAVID LANDAU

Pentagram Stiftung. Le stanze del vetro (presso Fondazione Giorgio Cini Venezia).

«La domanda presuppone la costituzione di un’organizzazione che salvi Venezia. Non ce ne sono già abbastanza che, per statuto, dovrebbero occuparsene? Il Comune, il Magistrato alle Acque (o il Commissario che ne farà le veci), la Città Metropolitana, la Regione, l’Unesco, la Comunità Europea? Il problema è che tutte queste organizzazioni sono rette da politici, ed essi hanno un orizzonte operativo che in realtà si arresta al termine del proprio mandato. Quale politico al mondo si dedicherebbe alla soluzione di problemi che si verificheranno decenni dopo la sua morte? A me, al momento, non vengono in mente nomi… Gli unici che non vengono solo guidati dai propri interessi personali e quindi dal short-term, sono gli scienziati e i tecnici, dagli ingeneri agli architetti… A loro vanno rivolte, a mio parere, due domande, però diverse da quelle poste in questo sondaggio dell’Istituto Veneto. La prima: che cosa inventereste per salvare Venezia nel periodo in cui il livello del mare si innalzerà gradualmente, ma non abbastanza da impedirne completamente la vita quotidiana? La seconda: come fareste a trasformare la laguna di Venezia in un grande lago, una volta che l’innalzamento dei mari fosse tale che la possibilità di comunicazione fisica tra laguna e Adriatico risulterebbe insopportabile per le strutture e gli abitanti di Venezia? Una volta ricevuta risposta a queste due domande da chi è esperto e non ha interessi personali, si potrebbe sì istituire un’organizzazione il cui compito sarebbe di trovare le applicazioni pratiche alle soluzioni prospettate dagli esperti, con lo Stato responsabile dei lavori con le sue esistenti strutture».

LORENZO LAZZARINI

Professore già ordinario di Georisorse Minerarie ed Applicazioni Mineralogico-petrografiche per l’Ambiente e i Beni Culturali e di Petrografia Applicata presso l’Università Iuav di Venezia. Membro del Consiglio Scientifico del L.ama (Laboratorio di Analisi dei Materiali Antichi)- Sistema dei Laboratori- Università Iuav di Venezia

«È mia opinione che si debba ripristinare il Magistrato alla Acque con tutte le sue funzioni tradizionali tecnico-amministrative, potenziandolo con personale tecnico specializzato nella gestione del Mose, dotandolo di un comitato scientifico internazionale formato da scienziati esperti di clima e fisica dell’atmosfera, idrogeologi e ingegneri idraulici provenienti da università italiane e straniere. Le istituzioni concorrenti al finanziamento e alla gestione del Magistrato devono necessariamente essere statali (Ministeri dei Lavori Pubblici, dell’Università e della Ricerca, e dei Beni culturali) ed europee, con rappresentanze del Comune di Venezia e della Regione Veneto».

PAOLO LEGRENZI

Professore emerito di Psicologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, noto a livello internazionale nel campo della psicologia cognitiva.

«Penso che debba essere una struttura europea dato quello che è successo nell’ultimo mezzo secolo, in particolare l’essersi approfittati dell’effetto “costi sommersi” per una gestione poco razionale dei finanziamenti».

SIMON LEVIN

James S. McDonnell Distinguished University Professor in Ecology and Evolutionary Biology, Department of Ecology and Evolutionary Biology, Princeton University. He is an applied mathematician and ecologist, noted especially for his contributions to the development of the foundations of spatial ecology, for his work on pattern and scale, and more recently for his research at the interface between ecology and economics, especially problems of public goods, common pool resources, and the global commons.

«I am of course very worried about the future of Venice, and strongly support the notion that an organization is needed to plan and research a solution. I would favor giving the organization strong powers, and expect support and governance from Venezia, from Veneto, and from Italia. It seems unlikely to me that governance can or should be extended beyond Italia; but Venezia is beloved so much that international funding should also be sought, certainly with an EU component but still Italian control».

GIUSEPPE O. LONGO

Professore Emerito di Teoria dell’informazione dell’Università di Trieste.

Cibernetico, teorico dell’informazione, epistemologo, divulgatore scientifico, scrittore, attore e traduttore. Ha introdotto la teoria dell’informazione nel panorama scientifico italiano. Si interessa alla comunicazione in tutte le sue forme, e si occupa attivamente delle conseguenze sociali dello sviluppo tecnico e scientifico. È uno dei più importanti traduttori scientifici italiani.

«Ho la sensazione che in circostanze climatiche e ambientali eccezionali come quella che stiamo vivendo, e che non potranno che aggravarsi nel prossimo futuro, sia necessario adottare provvedimenti eccezionali, abolendo temporaneamente alcune garanzie politiche e sociali per conferire il potere decisionale a un organo ristretto di carattere (quasi) dittatoriale. Ciò accadeva anticamente a Roma: quando le circostanze lo richiedevano il senato sospendeva l’esercizio del potere, che veniva affidato a due consoli. Non viviamo nell’antica Roma, ma si potrebbe pensare di adattare questa politica alle circostanze attuali. Ciò porterebbe a una semplificazione drastica dei contrasti in seno alla compagine dei portatori di interessi, a una concentrazione delle responsabilità nelle mani dei pochi o pochissimi decisori e a uno snellimento delle procedure decisionali, oggi soffocate dalla burocrazia e da contrasti spesso di carattere egoistico e miope. Grosso modo si tratterebbe di sospendere i meccanismi democratici per un certo periodo. Questa sospensione potrebbe essere rischiosa e causare uno snaturamento o una crisi degli attuali meccanismi sociali e politici, ma potrebbe servire ad accelerare l’adozione di misure eccezionali per far fronte a una situazione climatica e ambientale altrettanto eccezionale, che potrebbe protrarsi per un tempo imprevedibile. Si tratta solo di un suggerimento per la riflessione, ma appare evidente che i meccanismi democratici si stanno rivelando inadeguati ad affrontare i pericoli climatici, pericoli che richiedono un compattamento dei provvedimenti che superi gli interessi particolari (e anche gli interessi nazionali). Nello specifico il nucleo decisionale, costituito da pochissimi individui, al limite uno solo, si varrebbe di un certo numero di organi di consulenza e informazione, cui delegare compiti particolari e di collegamento con ciò che rimanesse delle strutture finanziarie, amministrative, politiche e via dicendo. Vista l’importanza culturale e storica di Venezia a livello mondiale, alcuni degli organi di consulenza da affiancare al nucleo decisionale potrebbero o dovrebbero avere carattere internazionale. Ribadisco che la struttura complessiva, dal nucleo decisionale giù giù fino agli organi consultivi, dovrebbe essere per quanto possibile indipendente dagli interessi locali e anche nazionali, per evitare i contrasti e le diatribe che hanno caratterizzato in negativo la fase di progettazione e attuazione del sistema di barriere mobili. Tenendo presente che dum Romae consulitur Saguntum expugnatur (che si potrebbe aggiornare in “mentre i portatori di interessi si accapigliano la crisi climatica si aggrava senza sosta e procede verso il disastro”), sarebbe fondamentale incrementare al massimo la rapidità di simulazione, progettazione e attuazione dei provvedimenti, eliminando o indebolendo i fattori di rallentamento. Il compito è immane, poiché tra i fattori di rallentamento ve ne sono alcuni finora ritenuti vitali, per esempio la produzione di beni anche superflui, la crescita del prodotto interno lordo, lo sfruttamento delle risorse naturali, la concorrenza commerciale, il benessere diffuso… Si tratta in ultima analisi di mettere in discussione e modificare il nostro modello di sviluppo in un lasso di tempo che potrebbe essere ancora più breve di quanto suggeriscano le valutazioni degli esperti».

LAMBERTO MAFFEI

Professore emerito di Neurobiologia della Scuola Normale Superiore di Pisa. Dal 2009 al 2015 è stato presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Nel 2014 è stato insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

«Sono d’accordo e apprezzo molto l’iniziativa che l’accademia prenda un’iniziativa per salvare Venezia, città che è un’opera d’arte unica al mondo.

Tutti sul pianeta conoscono e amano Venezia che è quindi patrimonio mondiale. Io mi permetto di considerare un grido di aiuto internazionale oltre che nazionale. Certamente il coinvolgimento dell’Europa è necessario e direi doveroso, ma a mio parere è opportuno il coinvolgimento dei presidenti delle nazioni più importanti, dagli Stati Uniti alla Cina, con i quali ci uniscono legami storici. A parer mio questo grido di aiuto, deve apparire in tutti i giornali del mondo. L’intento sperato sarebbe quello di avere una commissione presieduta dal presidente Europeo comprendente rappresentanti di tutte le nazioni interessate che decida di fare tutto il possibile per salvare la loro città perché VENEZIA È DI TUTTI».

MARCO MARANI

Professore ordinario di Costruzioni Idrauliche e Marittime e Idrologia nell’Università di Padova. Interessi di ricerca: flusso e trasporto nel ciclo idrologico, idro-meteorologia, geomorfologia, telerilevamento, driver idrologici di vettori di malattie. La pioggia, e gli estremi in particolare, sono stati uno dei suoi interessi di ricerca a lungo termine.

«I believe that the best insurance against interferences by influential interest groups that do not operate in general interest, is to establish a strong technical body, a new Magistrato alle Acque with strong internal know-how, which may then be able to identify and consult an extended body of well-known and respected scientists from Italy and elsewhere. It is clear that the critical step is to appoint such a body, while avoiding political influences and basing the selection of key personnel solely on technical competence. I don’t think there is an easy way in which this can be obtained, however, it would be very beneficial if external administrations (EU? UN?) could provide funding for the identification of realistic goals and the implementation of the necessary interventions, under the condition that strict rules and timing are followed in this process. This type of dynamics will favor the selection of the appropriate technical figures and the adoption of an objective process leading to technically sound solutions».

LUDOVICO MAZZAROLLI

Professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Udine.

Avvocato cassazionista, svolge e ha svolto attività di valutazione e referaggio per il Miur e per diverse riviste di Diritto.

«L’art. 11, co. 1, della legge 23.8.1988, n. 400 (Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri) prevede la figura dei “Commissari straordinari del Governo”, al “fine di realizzare specifici obiettivi determinati in relazione a programmi o indirizzi deliberati dal Parlamento o dal Consiglio dei Ministri o per particolari e temporanee esigenze di coordinamento operativo tra amministrazioni statali […], ferme restando le attribuzioni dei Ministeri, fissate per legge”. Dev’essere un organo del genere, un organo monocratico, a presiedere l’organizzazione cui si riferisce la domanda. Va bene il procedimento di nomina di cui ivi, nel co. 2 (“… decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri”), ma sarebbe bene che “i compiti del commissario e le dotazioni di mezzi e di personale”, anziché essere previsti, com’è ordinariamente, nel “medesimo decreto”, siano determinati con una legge del Parlamento che, in tal modo, si farebbe garante, sin da sùbito, della bontà e necessità dell’opera, offrendo una “copertura” di carattere legislativo alla stessa. La legge, inoltre, oltre a stabilire la copertura finanziaria ex art. 81 Cost., potrebbe prevedere un rapporto diretto tra Commissario e Presidente del Consiglio, lo svincolo da qualsivoglia laccio e lacciuolo di carattere burocratico che possa ostacolare l’azione del Commissario e dei suoi collaboratori, anche con superamento dei poteri propri dei singoli Ministri e dei rispettivi apparati».

CARLO MONTANARO

Già direttore dell’Accademia di Belle Arti di Venezia

«Il problema di fondo è sempre quello: “tra il dire e il fare”. È evidente che affidata ad una commissione neutrale che abbia come referente la Comunità Europea, ci si dovrebbe sentire al sicuro da pastette o strumentalizzazioni. C’è però anche da dire che molti atti della Comunità sono stati direzionati verso tutele di altri paesi e in contrasto con il nostro stesso interesse. Le decisioni a maggioranza rispettano il sistema democratico ma possono anche far prevalere interessi contrari alla realtà dei fatti. Mentre per avere certezze assolute ci vorrebbe un qualcosa di analogo alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che non credo si possa istituire per la laguna di Venezia. Tornando al nostro orticello basta vedere quello che sta accadendo intorno agli accadimenti e al Mose con una serie infinita di commissari di volta in volta incaricati, pagamenti rimandati, ruggine che aumenta, nessun responsabile e l’incredibile recentissimo annuncio che malgrado i test effettuati l’anno passato (indipendentemente da qualsivoglia altra considerazione in realtà l’acqua si è fermata) si tornerà a intervenire solo con l’acqua a 130 cm per interrompere qualsivoglia commento e pronunciare la frase fatidica: “non ho parole”… Ovvero due parole, banalmente, ci sarebbero, magiche, ma obsolete e/o impraticabili: “buon senso”».

IGNAZIO MUSU

Professore emerito di Economia politica all’Università di Ca’ Foscari di Venezia, dove è stato direttore del Dipartimento di Scienze economiche e componente del Senato accademico. È stato membro del Consiglio superiore della Banca d’Italia.

«A preliminary choice is required on the prototype of economic, social and environmental model for Venice and its lagoon; for example, a future role for the port of Venice depends on the nature of the economic activities to be located on the mainland part of the lagoon; a port may not be necessary if only touristic activities are located there, but it is necessary if the choice is made to locate manufacturing activities, although low-carbon ones. The organization required to choose the model of development and to plan its implementation should give a crucial role to the best research institutions, with a determinant international composition, in defining the impacts of sea level rise on Venice and the lagoon, in designing the alternative model of development of Venice and its lagoon, and in describing the best actions necessary to implement it. The responsibility of the organization should be in the hands of the Italian government, but it should ensure a working process avoiding all the mistakes made in the past with the mobile barriers project; to achieve this, the presence of the European Union should be crucial, controlling how the process develops and constraining to this any provision of financial help».

ROBERTO RAGAZZONI

Professore ordinario di Astronomia e Astrofisica nell’Università di Padova.

Si occupa di strumentazione astronomica da terra e dallo spazio ed ha inventato diversi dispositivi per la compensazione della turbolenza atmosferica e varie camere per l’osservazione del cielo a largo campo.

«Certamente si deve trattare di una organizzazione con componenti a livello Europeo, che abbia l’opportunità di decidere/legiferare in materia, ad es. attraverso una legge delega, e non semplicemente di aggiungere un parere e/o una capacità di veto, cosa che renderebbe ulteriormente farraginoso il meccanismo decisionale. Considerati i precedenti ed il sistema italiano o si tratta di un meccanismo in cui la componente politica può solo ratificare o meno le proposte della organizzazione (assumendone la responsabilità formale) o che preveda uno scudo legale per impedire che qualunque decisione sia bloccata/ritardata».

JÜRGEN RENN

Direttore dell’Istituto Max Planck di Storia della Scienza di Berlino.

«PROPOSTA DI UN OSSERVATORIO VENEZIANO. Il sistema di barriere mobili di Venezia ha sicuramente richiesto tempi lunghi per essere realizzato. D’altra parte, nella sua lunga storia, Venezia e le sue istituzioni, in primis il Magistrato alle Acque, hanno trasformato la laguna attraverso lenti processi di valutazione scientifica, tecnici e decisionali, che hanno avuto luogo nel corso dei secoli. Il risultato di tale ingegneria del paesaggio e di modificazione del sistema idrogeologico ha portato alla realizzazione di una città anfibia e di una natura profondamente antropizzata che possono essere prese a simbolo del nesso culturale-ambientale dell’Antropocene: le sfide di Venezia sono le sfide dell’umanità nel suo complesso. In contesti repubblicani e democratici, i tempi lunghi non sono necessariamente un aspetto negativo, perché sono solitamente collegati alla necessità di giungere a decisioni ponderate e il più possibile condivise, attraverso il confronto tra tutte le parti in causa. Tuttavia, la rapidità del cambiamento planetario a cui assistiamo richiede di trovare forme decisionali e organizzative che possano fare fronte all’emergenza climatica in maniera rapida ed efficace. Al fine di rendere più spediti i processi decisionali e scientifici per la realizzazione delle opere e degli interventi necessari alla salvaguardia di Venezia, senza snaturare lo spirito democratico che deve unire gli intenti delle istituzioni scientifiche, la classe politica e la società civile, ritengo che sia importante curare tre aspetti principali: trasparenza, comunicazione ed educazione. L’organizzazione che necessariamente dovrà occuparsi di ricercare e pianificare soluzioni per Venezia deve poter fare affidamento oltre che sull’expertise scientifico anche su programmi culturali ampi, aperti alla cittadinanza. Il bagaglio di sapere storico e scientifico di cui l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti è detentore potrà essere messo a frutto attraverso programmi mirati ad un confronto ampio sulle questioni legate alle nuove sfide dell’Antropocene. La fusione odierna di storia geologica e storia umana invita ad un incontro di paradigmi attraverso un costante confronto tra le discipline naturali e quelle umanistiche (la sociologia, la storia, le lettere e le arti) ma anche la creazione di spazi istituzionali per il confronto di idee e speciali curricula. Il modello berlinese dell’Anthropocene Curriculum, forum internazionale e interdisciplinare costituisce una preziosa esperienza in tal senso. Venezia può vantare di aver ospitato quest’anno un Anthropocene Campus che ha contribuito a riflettere su Venezia e l’Antropocene con specialisti, attivisti, scienziati e studenti di tutto il mondo. Sarebbe auspicabile creare un Osservatorio Veneziano che renda permanente questo genere di attività culturali su una base regolare».

ALVIO RENZINI

Professore già ordinario di Astrofisica Teorica, Università di Bologna.

Membro dell’European Southern Observatory di Monaco.

«Il Cambiamento Climatico è globale e pertanto la salvaguardia di Venezia dall’innalzamento del livello medio del mare va necessariamente inserito nel contesto globale. Certo, è necessario che una struttura permanente si occupi dello specifico Lagunare, ma inserendolo nel contesto del Mediterraneo e in quello planetario. Non è solo Venezia ad essere minacciata. Per restare al Mediterraneo, circa l’innalzamento di un metro sul medio mare basti pensare all’effetto sulle terre basse della gronda, ai delta del Nilo, del Rodano, del Danubio. Basti pensare alle amate spiagge del Mediterraneo. La sfida del Cambiamento Climatico è di dimensioni senza confronti nella storia dell’umanità, e le azioni di contrasto non potranno che avere dimensioni altrettanto colossali. Una dozzina di anni fa l’Ipcc propose la creazione di una Agenzia Mondiale per il monitoraggio del Cambiamento Climatico e per lo studio delle possibili azioni per contrastarlo. Allora i Governi non diedero seguito alla proposta, che però rimane estremamente attuale.

Venezia è in prima linea, e dove più emblematicamente che a Venezia potrebbe localizzarsi l’auspicata Agenzia? Sarebbe una bella cosa se il nostro governo ne avanzasse la candidatura. In sostanza, a livello locale un ricostituito Magistrato alle Acque con un mandato di ampio respiro, a livello del Mediterraneo un’agenzia intergovernativa, meglio se sezione della Agenzia Mondiale auspicata dall’Ipcc».

SERGIO ROMANO

Diplomatico, storico e giornalista. Studioso di storia e analista politico, ha ricoperto i più prestigiosi incarichi della carriera diplomatica.

«Dovremmo anzitutto rileggere gli articoli scritti da Indro Montanelli. Descrivono polemiche, bisticci ed esibizioni giornalistiche che dovrebbero essere scrupolosamente evitati. L’istituzione che verrà creata per la realizzazione delle opere dovrebbe essere, sin dal primo giorno della sua esistenza, un organismo della Unione Europea».

ANTONIO ALBERTO SEMI

Medico specialista in malattie nervose e mentali, membro ordinario della Società psicoanalitica italiana e della International Psycho-Analytical Association.

«Un incremento di complessità di una organizzazione comporta rischi elevati di burocratizzazione e inoperatività. Nel caso di Venezia, bisogna poi considerare che, accanto al problema dell’innalzamento del livello del mare, c’è il disastro demografico già in atto. Le due cose non possono essere disgiunte. Una organizzazione che se ne occupi è poi necessariamente politica. Vedo il pericolo di sottrarre una tale organizzazione al pensiero, prima che al controllo, democratico. Dunque meglio progettare un centro di ricerca scientifica e tecnologica dedicato al problema di Venezia e della sua laguna (non della laguna e di Venezia…) che deve avere una dimensione internazionale, in primo luogo europea, e deve poter proporre una rosa vincolante di interventi. Le scelte operative debbono essere invece effettuate da un ente politico di espressione democratica. Si tratta ancora una volta del classico problema di filosofia politica: come ottenere un impasto riuscito di competenza e partecipazione democratica?»

GIOVANNI SEMINARA

Professore emerito di Meccanica dei Fluidi dell’Università di Genova.

Capi di interesse scientifici: meccanica dei fluidi e, in particolare, stabilità idrodinamica; morfodinamica fluviale, lagunare e costiera; moti bifase; biofluodinamica; ingegneria fluviale.

«La prima affermazione è apodittica. Il livello di incertezza delle previsioni Ipcc è molto grande e il livello del mare non ha mai avuto crescite “senza fine”. Sarei quindi cauto a prevedere la distruzione di Venezia. Ciò non vuol dire che non si debba cominciare a pensare fin da ora ad interventi necessari quando il Mose, nella sua attuale configurazione, dovrà intervenire troppo spesso. Ma a me sembra che il problema più urgente in questa fase sia quello di pretendere che il Mose sia messo nelle condizioni di operare in modo efficiente nei prossimi decenni, assicurandone una gestione affidata a tecnici competenti nell’ambito di un rinnovato Magistrato alle Acque ed una manutenzione adeguata all’importanza dell’opera. E trovo curioso che questo aspetto, a mio avviso prioritario, non sia contenuto nei quesiti che ci avete sottoposto. Quanto all’ecosistema lagunare, preservare il sistema barenale in assenza di apporto di sedimenti e in presenza di un rapido innalzamento del livello del mare, è a mio avviso impresa disperata, come il crescente degrado sperimentato nel corso degli ultimi due secoli dimostra chiaramente. Resta la possibilità di cure che possono mantenere artificialmente in vita il malato, quei costosissimi interventi di ricostruzione artificiale del tessuto barenale che sono stati sperimentati con successo su una piccola parte del sistema lagunare. Ma la prima domanda che dovrebbe essere posta è: che ne è stato del piano morfologico che avrebbe dovuto essere implementato da tempo? Infine, siamo proprio certi che ci sia bisogno di un’organizzazione nuova “autorizzata a ricercare e pianificare una soluzione”? Nei Paesi, diciamo normali, esistono strutture dello Stato preposte ad analizzare e risolvere problemi tecnici come quello che stiamo esaminando. L’Olanda, la cui sopravvivenza dipende dalla sua capacità di adattarsi ai capricci del Mare del Nord, è dotata di una istituzione, il Rijkswaterstaat a cui è affidata sostanzialmente l’intera politica di gestione delle acque del Paese, che include la progettazione, la realizzazione e la gestione delle grandi opere idrauliche. E l’Olanda ha da tempo affrontato il problema di un adattamento delle opere di difesa al previsto innalzamento del livello del mare. E lo ha fatto senza chiedere aiuto all’Europa né alla comunità Internazionale. Esistono persino avveniristici studi che analizzano la possibilità di dover ricorrere allo sbarramento controllato della Manica e del Mare del Nord, che si trasformerebbe in un enorme lago, per impedire la sommersione della costa nord dell’Europa nell’ipotesi di un innalzamento del livello del mare tale da rendere impossibili interventi di puro adattamento delle opere esistenti. Fantatecnica? Certamente, se non altro perché soluzioni di questo genere toccano elementi sensibili che controllano il clima dell’intero pianeta, come le grandi circolazioni oceaniche. Ma questi studi stanno ad indicare la capacità di quei Paesi di anticipare gli eventi.

E il nostro Paese? Nel nostro Paese abbiamo sempre bisogno di strumenti nuovi per fare ciò che lo Stato non sembra capace di fare. Invertiamo la rotta, pretendendo che si ricostituisca al più presto un Magistrato alle Acque di Venezia, autorevole e ricco di competenze, a cui affidare anzitutto la gestione del Mose e poi lo sviluppo di indagini volte ad analizzare possibili scenari futuri. Un Magistrato, quindi, che sia anche un centro di ricerca, come si conviene ad un’istituzione del XXI secolo. Mancano le competenze? Certamente non quelle scientifiche: l’Università di Padova (e non solo) è una fucina di giovani intelletti. Abbiamo disperso le competenze professionali che hanno consentito la progettazione del Mose? Probabilmente sì. Bene, è ora di riaggregarle. Mancano candidature autorevoli e specchiate per il ruolo di Magistrato alle Acque? Ovviamente no. Basta affidarne la scelta al Governo, coadiuvato da un’istituzione di alto profilo, come l’Accademia dei Lincei, in analogia con quanto accade per la scelta del Presidente del Cnr e di altri importanti Enti. Ciò di cui, a mio avviso, Venezia non ha bisogno è un nuovo Comitatone, in cui siedano rappresentanti di tutti i possibili enti, portatori di interessi perfettamente legittimi, ma a cui non compete la ricerca delle soluzioni, questione eminentemente scientifico-tecnica. Spetterà poi alla politica, quindi a tutti i “comitatoni” del caso, perseguire quella delle possibili soluzioni che i rappresentanti del popolo riterranno politicamente più appropriata.

Quanto al ruolo dell’Europa e della comunità Internazionale, distinguerei, anche qui, l’azione politica dalla ricerca di soluzioni di un problema che è anzitutto tecnico-scientifico. Dal punto di vista politico, sarebbe auspicabile che si perseguisse una valorizzazione Europea della città, suggerendo per esempio che essa diventi capitale europea della cultura, in cui trasferire magari centri e attività oggi localizzate altrove. Sarebbe certamente un passo importante verso un modello di sviluppo più appropriato per la città. Ma, dal punto di vista scientifico, non mi illuderei che la comunità internazionale attribuisca ai rischi che corre Venezia un’importanza superiore a quella che, per esempio è dovuta a problemi come la possibile sommersione del delta del Nilo, in cui vivono milioni di persone! In altre parole, e per concludere, a mio avviso salvare Venezia è compito del nostro Paese e dei Veneziani, che dobbiamo e possiamo perseguire ripristinando, anche con l’aiuto di prestigiose Istituzioni culturali, l’autorevolezza delle Istituzioni dello Stato preposte alla cura dei problemi delle acque».

BERNAHARD SCHREFLER

Professore emerito di Scienza delle Costruzioni dell’Università di Padova.

Interessi di ricerca: meccanica applicata e computazionale e diverse applicazioni a problemi di interesse pratico: meccanica strutturale e dei materiali, tecnologia per la fusione termonucleare controllata, meccanica dei mezzi porosi, meccanica in medicina. La sua ricerca attuale si concentra sulla modellazione della crescita tumorale, sul trasporto di nanoparticelle nel microcircolo malato e sulla fratturazione idraulica.

«È opportuno che l’organizzazione che deve ricercare e pianificare una soluzione per Venezia sia internazionale, anche perché dovrebbe occuparsi non solo di Venezia ma di tutti i siti mondiali significativi che hanno lo stesso problema. In cascata dovrebbe essere costituita una organizzazione nazionale che affronti i problemi specifici di Venezia e che predisponga in tempi ragionevoli progetti e programmi realizzativi, tenendo conto delle conclusioni via via formulate dall’organizzazione internazionale. Alcuni aspetti dovrebbero essere affrontati fin da subito, senza attendere l’organizzazione internazionale. Uno di questi è il porto. Va subito iniziata la sua conversione e il suo smantellamento, trovando una soluzione adeguata per le navi da crociera e mantenendo la navigazione per natanti di limitato tonnellaggio. Sono inoltre da prevedere interventi per ridurre lo scarico di inquinanti in laguna al fine di consentire la sopravvivenza dell’ecosistema anche con ricambio mare-laguna ridotto. Questo, per la prevista necessità di tenere chiuse le opere alle bocche per un numero di ore all’anno via via crescente. Ovviamente va reso operativo il prima possibile il sistema di chiusura delle bocche che va adeguatamente mantenuto per assicurarne l’operatività nel tempo. Se il sistema Mose dovesse risultare non affidabile o comunque non rispondente alle previsioni, va fin da subito pensata una diversa soluzione del problema. Si ricordano i risultati positivi della soluzione di Rotterdam (già citata nella risposta alla domanda n°1) con impiego di paratoie a settore che nel caso specifico potrebbe anche essere raddoppiata per ogni bocca con la creazione di un’insula nel tratto intermedio.

Rimane invece molto improbabile ricorrere alla soluzione che prevede il sollevamento di Venezia con iniezione di fluidi ad elevata profondità e quindi ad elevate pressioni, poiché è estremamente problematico evitare spostamenti differenziali che metterebbero in grave pericolo la parte monumentale della città per la documentata disomogeneità del sottosuolo. Risulta inoltre problematico il confinamento a grande profondità dei fluidi iniettati. Basta infatti ricordare di quanto sono stati gli abbassamenti che ha subito la città per effetto dell’emungimento dai pozzi di Marghera e quanto limitata sia stata la risalita (circa del 10%) per successivo recupero della pressione di falda. La figura riportata qui sotto fa vedere per il periodo dal 1930 al 1990 l’evoluzione della pressione media di falda rilevata a Marghera e nel centro storico assieme alla subsidenza e il successivo recupero a Rialto, sempre per l’emungimento e successivaricarica a Marghera. I valori della subsidenza sono stati ottenuti con modellazione numerica ma livellazioni successive hanno confermato la sostanziale stabilità fino al 1993. I livelli piezometrici medi invece sono risultati da campagne di misurazione. Si nota che per una variazione della pressione di strato in diminuzione è molto più facile trasferire il peso degli strati sovrastanti al solido, producendo subsidenza; invece, se la variazione è in salita attraverso iniezione o ricarica da falde lontane, è molto meno efficace trasferire questo peso dal solido al fluido per ottenere un innalzamento. E cosa succede se si smette l’iniezione, anche tenendo conto del continuo innalzamento del livello medio del mare?

Per quanto riguarda i finanziamenti per le necessarie ricerche e per le opere da realizzare in un ampio lasso di tempo sarebbe opportuno oltreché ricorrere ai finanziamenti nazionali fare anche accesso a fonti di finanziamento europeo. Bisogna però studiare gli interventi in modo che si possa accedere ai fondi. Un primo passo dovrebbe essere quello di creare un Network con altre città europee che hanno problematiche simili, in modo da aumentare sostanzialmente la possibilità di contrattazione. A tal proposito vengono in mente città come Thessaloniki e Messolonghi in Grecia, Augusta, Sibari, Castel Volturno e Ravenna in Italia, Nizza (zona aeroporto) in Francia, Barcellona (Lobregat delta) in Spagna, Rotterdam e Amsterdam in Olanda, Turku in Finlandia e Gӧteborg in Svezia. In queste città il problema esiste generalmente per porzioni di abitato ubicati su suoli sedimentari comprimibili, o in zone limitrofe ai centri urbani. Si potrebbe pensare ai fondi per Climate adaptation scegliendo Venezia per testare interventi in tal senso all’interno del Network. Per Venezia sarebbe il caso di pensare anche ai fondi per Cultura, essendo Venezia patrimonio dell’umanità. Poi c’è Natura 2000/environment pensando alla laguna e ai casi di città come Barcellona e altre dove sono minacciate zone limitrofe ai centri urbani».

MARIA CATIA SORGATO

Professore già ordinario di Biochimica nell’Università di Padova.

Ha speso molta della sua attività di ricerca nello studio dei prioni, acquisendo risultati all’avanguardia a livello internazionale.

«Non avendo competenza alcuna di natura amministrativa o politica, nonho suggerimenti da offrire su come meglio costruire la struttura amministrativa di un’organizzazione che protegga Venezia dalle conseguenze del global warming. Tuttavia, oltre ad avvalersi di scienziati e tecnologi locali e nazionali che conoscano i problemi della città, unica sotto molteplici aspetti, ritengo che tale organismo non potrà non avere un’impronta internazionale, sfruttando in tal modo le esperienze già acquisite sul riscaldamento, per l’appunto globale, e le conoscenze scientifiche raccolte allo scopo. A ciò fa fede l’esempio di come lo sforzo collettivo di scienziati e tecnologi di tutto il mondo abbia potuto contrastare, con successo, la pandemia da corona virus in tempi inaspettatamente brevi. La Comunità Europea è tra i pochi organismi politici ad aver stabilito per legge i traguardi da raggiungere per bloccare le emissioni di carbonio; ritengo pertanto essenziale che l’organizzazione per Venezia lavori a stretto contatto con l’UE».

ATTILIO STELLA

Professore già ordinario di Meccanica statistica nell’Università di Padova.

«Una soluzione per le iniziative future sarebbe forse quella di delegarne la progettazione e la realizzazione a organismi sovranazionali, per esempio europei, con comitati in cui siano presenti, assieme ai politici, i tecnici e gli scienziati. Il carattere internazionale di questi organismi dovrebbe garantire un finanziamento sicuro e adeguato alla mole delle opere previste, e un maggiore controllo delle scelte e delle spese. Al tempo stesso questi organismi non dovrebbero essere condizionati da interessi locali e contingenti, ed avere ampia autonomia nella gestione dei fondi. Una struttura sovranazionale è anche fortemente consigliabile per il fatto che la salvaguardia di Venezia assume oggi, oltre al chiaro carattere di caso studio, un significato simbolico, universalmente percepibile, per l’azione mondiale di contrasto alla crisi climatica e alle sue conseguenze».

WOLFGANG WOLTERS

Professore già ordinario di Storia dell’Arte della Technische Universität di Berlino.

Dopo l’alluvione del 1966 ha redatto assieme agli specialisti tedeschi l’inventario del Sestiere di Cannaregio a Venezia (Campagna Unesco). Numerose le sue pubblicazioni su argomenti veneziani e della tutela dei monumenti.

«L’esperienza insegna che problemi di portata mondiale come la protezione delle città e dei luoghi minacciati dall’acqua dei mari in continua crescita, non andrebbero risolti con decisioni a livello locale basate su ricerche fatte ad hoc. Tutto quel che l’umanità, non solo nel momento attuale ma nei decenni futuri attraverso ricerche scientifiche ed ingegneristiche nei Paesi dalle diverse congiunture politiche, si sente e si sentirà in grado di progettare e decidere rimane da valutare anche per Venezia e la sua Laguna. Temo che raggiungere la luna sarebbe più facile. Dall’altra parte ci sono nazioni con notevoli esperienze specifiche che da tempo si preparano a rimediare all’inevitabile e hanno elaborato proposte che si dovrebbero studiare attentamente anche altrove. Occorrono riflessioni e decisioni non falsati dai soliti interessi particolari e locali. E questo non vale solo per Venezia, ormai simbolo se non sinonimo delle città sfruttate e rovinate nella loro sostanza umana e materiale dalla monocoltura turistica.

Nel frattempo, in attesa delle strutture di ricerca e della preparazione di decisioni valide che spero possano sorgere in un contesto sopranazionale, strutture capaci non solo di coordinare ma anche di valutare e, se dovesse essere necessario, di controllare le realtà nazionali, occorre con tutte le forze opporsi allo sfruttamento sfrenato della città di Venezia. Se non si vuol rischiare di proteggere una larva vuota di uomini e contenuti. Chi vuol contribuire alla salvezza di Venezia e della sua Laguna deve incamminarsi contemporaneamente su almeno due strade».

MARINO ZERIAL

Direttore del Max Planck Institute of Molecular Cell Biology and Genetics, Dresda.

«Nel caso di Venezia, dove tutta la città è patrimonio dell’umanità, il problema e progetto dovrebbero essere affrontati almeno a livello Europeo. Sarebbe effettivamente meglio avere un controllo internazionale a partire dal progetto fino all’esecuzione».

MARINO ZORZI

Già direttore della Biblioteca Nazionale Marciana.

«Per affrontare adeguatamente questi enormi problemi bisognerebbe creare un organismo che fosse emanazione della Comunità Europea e avesse autorità sulla laguna di Venezia, sia pure limitatamente alla protezione fisica della stessa. È un’idea anni or sono avanzata dall’illustre compianto giurista Feliciano Benvenuti; si potrebbe riprenderla e aggiornarla».

Hanno dato assenso a comparire come sottoscrittori dell’appello i soci:

Margherita Azzi Visentini, professore già associato di Storia dell’architettura e di Storia del giardino e del paesaggio all’Università di Udine (1992-95) e, dal 1989 al 2014, al Politecnico di Milano.

Anna Laura Bellina, professore già ordinario di Musicologia e Storia della musica nell’Università di Padova.

Maria Luisa Doglio, professore emerito di Letteratura italiana nell’Università di Torino.

Sandro Franchini, cancelliere emerito dell’istituto veneto di Scienze, Lettere ed Arti

Sanjoy Mitter, professore ordinario di Ingegneria elettrica al Massachusetts Institute of Technology, Cambridge Massachusets.

Paolo Procaccioli, professore associato di Letteratura italiana nell’Università della Tuscia.

L’ALTRA DOMANDA RIVOLTA AI SOCI DELL’ISTITUTO VENETO DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI

Ci sono voluti circa cinquant’anni per mettere in funzione il sistema di barriere mobili che protegge Venezia dalle acque alte eccezionali dovute a condizioni temporanee. Quali pensate siano le ragioni principali per la lentezza del processo di realizzazione e per le penose controversie che hanno caratterizzato il progetto fino a oggi? Come si sarebbero potute evitare?

Le risposte dei soci sono accessibili sul sito dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti: www.istitutoveneto.it

ITA | Versione tratta dall’edizione originale italiana del Giornale
dell’Arte

Il Giornale dell'Arte
Il Giornale dell'Arte è un periodico mensile dedicato al mondo dell'arte pubblicato dalla società editrice torinese Umberto Allemandi S.r.l..
Il primo numero è stato pubblicato nel maggio del 1983, sotto la direzione del fondatore Umberto Allemandi, con l'intento di proporre un prodotto editoriale innovativo nel campo dell'arte.

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